" Siamo tutti matti qui "

sabato 22 marzo 2008

Andrea Paz.


Mai tornare al via, neanche per prendere la rincorsa.

sabato 23 febbraio 2008

Aforismi

Se c'è gusto non c'è prudenza.

domenica 10 febbraio 2008

Dipende.

Meglio mutare i propri desideri piuttosto che l'ordine del mondo
(Cartesio. Morale provvisoria)

L'uomo ragionevole adatta se stesso al mondo; quello irragionevole persiste nel cercare di adattare il mondo a se stesso. Di conseguenza ogni progresso dipende dall'uomo irragionevole.
(G. B. Shaw, commediografo)

mercoledì 6 febbraio 2008

proverbio del giorno.

Le apparenze ingannano.

domenica 3 febbraio 2008

Sono

un particolare papavero rosso con portamento da papera.

sabato 2 febbraio 2008

Carla, Sarko e Hayez.


I pittori ci vedono lontano di secoli.

venerdì 1 febbraio 2008

Disperatamente cercasi.

Paul Gallico.
Snow Goose / La principessa smarrita

lunedì 28 gennaio 2008

7) Analogia con una fontana. Coff, coff.

Clof, clop, clock,
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch... 5
È giù,
nel cortile,
la povera
fontana
malata; 10
che spasimo!
sentirla
tossire.
Tossisce,
tossisce, 15
un poco
si tace...
di nuovo
tossisce.
Mia povera 20
fontana,
il male
che hai
il core
mi preme. 25
Si tace,
non getta
più nulla.
Si tace,
non s'ode 30
romore
di sorta,
che forse
che forse
sia morta? 35
Orrore!
Ah! No,
Rieccola,
ancora
tossisce. 40
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch… 45
La tisi
l'uccide.
Dio santo,
quel suo
eterno 50
tossire
mi fa
morire,
un poco
va bene, 55
ma tanto...
Che lagno!
Ma Habel!
Vittoria!
Andate, 60
correte,
chiudete
la fonte,
mi uccide
quel suo 65
eterno
tossire!
Andate,
mettete
qualcosa 70
per farla
finire,
magari…
magari
morire. 75 Madonna!
Gesù!
Non più!
Non più.
Mia povera 80
fontana,
col male
che hai,
finisci
vedrai, 85
che uccidi
me pure.
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete, 90
clocchete,chchch…

domenica 27 gennaio 2008

6) Io, grazie a dio, sono sempre stato ateo. (Luis Brunuel)

Mia cara piccola seimiliar­desima persona vivente, in quanto membro di più recente acquisizione di una spe­cie notoriamente indagatrice, probabilmente non passerà mol­to tempo prima che tu cominci a porre le due domande da sessan­taquattromila dollari su cui noialtri 5.999.999.999 ci arrovel­liamo da un bel po' di tempo: co­me siamo arrivati qui? E ora che siamo arrivati qui, come dobbia­mo vivere?

Stranamente — come se sei miliardi di noi non fossero abba­stanza per tirare avanti — quasi certamente ti diranno che per da­re una risposta alla domanda sul­le origini devi credere nell'esistenza di un altro Essere ancora, invisibile, ineffabile, «da qualche parte lassù», un creatore onnipo­tente che noi povere e limitate creature non siamo in grado nemmeno di percepire, tanto meno di comprendere. Verrai fortemente incoraggiato o inco­raggiata, in altre parole, a imma­ginare un paradiso dove risiede almeno un dio. Questo dio-cielo, si racconta, fabbricò l'universo rimestando la materia in un gi­gantesco pentolone. O danzan­do. O vomitando la Creazione da dentro di sé. O semplicemente evocandola, ed essa Fu. In alcune delle più interessanti storie sulla creazione, l'unico, potente dio-cielo viene suddiviso in numero­se forze di minore importanza: divinità minori, avatar, colossali e metamorfici «progenitori» che con le loro avventure danno for­ma al paesaggio, o i capricciosi, sregolati, cospiratori, crudeli pantheon dei grandi politeismi, le cui sfrenate azioni ti convince­ranno che il vero motore della creazione fu la brama: di potere infinito, di corpi umani troppo facili da spezzare, di nuvole di glo­ria. Ma è corretto aggiungere che vi sono anche storie che offrono il messaggio che l'impulso creativo primario fu, ed è, l'amore.

Molte di queste storie ti colpiranno per la loro straordina­ria bellezza, e dunque per la loro capacità di seduzione. Malauguratamente, però, non sarà una reazione puramente letteraria che chiederanno da te. So­lo le storie delle religioni «mor­te» possono essere apprezzate per la loro bellezza. Le religioni vive ti chiedono molto di più. E ti diranno dunque che credere nelle «tue» storie, e aderire ai ri­tuali di culto sviluppatisi intor­no a esse, dovrà diventare una parte fondamentale della tua esistenza in questo mondo affollato. Le chiameranno il cuore della tua cultura, della tua identità individuale, perfino. È possibile che a un certo punto arriveranno a sembrarti qualco­sa a cui non sì può sfuggire, non come non si può sfuggire alla ve­rità, ma come non si può sfuggi­re a una prigione. Forse, a un certo punto, smetteranno di appa­rirti come i testi in cui degli esse­ri umani hanno cercato di risol­vere un grande mistero, e ti appariranno invece come i pretesti per consentire ad altri esseri umani, consacrati all'uopo, di tiranneggiarti. Ed è vero che la storia umana è piena di pubbli­ca oppressione inferta dagli aurighi degli dei. Ma le persone re­ligiose ritengono che il conforto privato che la religione da è più che sufficiente a compensare il male fatto in suo nome.

Con lo svilupparsi della cono­scenza umana, è diventato an­che evidente che ogni storia reli­giosa mai raccontata sul come siamo arrivati qui è, semplice­mente, sbagliata. È questo, in definitiva, che accomuna tutte le religioni. Non c'hanno indo­vinato. Niente rimestìo celeste, niente danza del creatore, nien­te vomitìo di galassie, niente progenitori canguri o serpenti, niente Valhalla, niente Olimpo, niente sei giorni di giochi di pre­stigio seguiti da un giorno di ri­poso. Sbagliato, sbagliato, sba­gliato. Qui, però, accade qualco­sa di davvero strano. L'erratezza delle storie sacre non ha sminui­to neanche un po' lo zelo del cre­dente devoto. Anzi: la pura e semplice, anacronistica assur­dità della religione spinge il reli­gioso a insistere con ancor più fervore sull'importanza della fede cieca.

Per effetto di questa fede, tra l'altro, si è rivelato impossibile, in molte parti del mondo, impedire che i numeri della razza umana si gonfiassero fino a pro­porzioni allarmanti. La colpa del sovraffollamento del pianeta, almeno in parte, dàlla alla sventatezza delle guide spirituali del­la razza. Nell'arco della tua vita, potresti tranquillamente arriva­re a vedere la nascita del nove­miliardesimo cittadino del mondo. Se sei indiano o indiana (e c'è una possibilità su sei che tu lo sia) sarai vivo (o viva) quando, grazie al fallimento dei pro­grammi di pianificazione delle nascite in questa terra povera e oppressa da Dio, la popolazione del tuo Paese supererà quella della Cina. E se troppe persone stanno nascendo, anche per ef­fetto dell'ostilità delle religioni al controllo delle nascite, troppe persone stanno anche moren­do, perché la cultura religiosa, rifiutando di affrontare le realtà della sessualità umana, rifiuta anche di combattere la diffusione di malattie sessualmente tra­smissibili.

Ci sono quelli che dicono che le grandi guerre del nuovo seco­lo saranno ancora una volta guerre di religione, jihad e cro­ciate, come furono nel Medioe­vo. Anche se ormai da anni l'aria risuona delle grida di battaglia di fedeli che trasformano i loro corpi in bombe del Signore, e anche delle urla delle loro vitti­me, non ho voluto credere a questa teoria, o quantomeno non nel modo in cui la maggior parte delle persone la concepiscono.

Ho sostenuto per molto tem­po che lo «scontro di civiltà» di Samuel Huntington è un'iper-semplificazione.Che la maggior parte dei musulmani non ha al­cun interesse a prendere parte a guerre religiose. Che le divisioni nel mondo islamico sono altret­tanto profonde delle cose che lo uniscono. (Basta dare uno sguardo ai conflitto tra sunniti e sciiti in Iraq, se si ha qualche dubbio.) È alquanto difficile tro­vare qualcosa che assomigli a un obbiettivo comune di tutto l'islam. Perfino dopo che la non islamica Nato combatte una guerra per i kosovari, albanesi e musulmani, il mondo islamico fu lento a farsi avanti con gli aiu­ti umanitari tanto necessari.

Le vere guerre di religione, so­stengo io, sono le guerre che le religioni scatenano contro i comuni cittadini che rientrano nella loro «sfera di influenza». Sono guerre dei devoti contro gli indifesi (in gran parte): fonda­mentalisti americani contro medici abortisti, mullah irania­ni contro la minoranza ebraica nel loro Paese, i talebani contro il popolo afghano, i fondamentalisti indù di Bombay contro i residenti musulmani, sempre più impauriti, di quella città.

E le vere guerre di religione so­no anche le guerre che le religio­ni scatenano contro i non credenti, la cui non tollerabile non­fede viene reinterpretata come un delitto, come ragione suffi­ciente per eliminarli.

Col passare del tempo, però, sono stato obbligato a ricono­scere una cruda verità, che le masse dei cosiddetti «musulmani comuni» sembrano aver com­prato le fantasie paranoidi degli estremisti, e sembrano spende­re più energie a mobilitarsi con­tro vignettisti, romanzieri o il papa, che a condannare, emarginare ed espellere gli assassini fascisti presenti tra loro. Se que­sta maggioranza silenziosa consente che una guerra venga con­dotta in suo nome, allora, in definitiva, in quella guerra diventa complice.

E forse allora, dopo tutto, sta effettivamente iniziando una guerra di religione, perché ai peggiori tra noi viene concesso di dettare l'agenda al resto di noi, e perché i fanatici, che fan­no sul serio, non incontrano un'opposizione sufficientemente forte da parte della «loro gente».

E se è così, allora i vincitori di una simile guerra non devono essere gli ottusi, quelli che marciano in battaglia, come sempre, con Dio al loro fianco. Scegliere la nonfede è scegliere la ragione contro il dogma, fidarsi della nostra umanità invece di tutte queste pericolose divinità. E dun­que, come siamo arrivati qui? Non cercare la risposta nei libri di storia «sacri». L'imperfetta conoscenza umana magari sarà una via accidentata e piena di in­sidie, ma è la sola strada alla saggezza che valga la pena imboc­care. Virgilio, che credeva che l'apicoltore Aristeo potesse ge­nerare spontaneamente nuove api dalla carcassa putrefatta di una mucca, era più vicino alla verità sulle origini di tutti i vene­rati libri antichi.

Le saggezze antiche sono sciocchezze moderne. Vivi nel tuo tempo, usa quello che cono­sci e quando sarai diventato adulto, forse finalmente la razza umana sarà diventata adulta con te e avrà messo da parte le cose da bambini.

Come dice la canzone, It's easy if you try, se ci provi è facile.

Quanto alla moralità, il secon­do grande interrogativo - come dobbiamo vivere? Quali sono le cose giuste da fare, e quali quel­le sbagliate? - dipenderà se sarai disposto, o disposta, a pensare con la tua testa. Solo tu puoi de­cidere se vuoi che siano i preti a elargirti la legge, e accettare che il bene e il male siano, in qualche modo, esterni a noi stessi. A mio parere, la religione, anche nella sua versione più sofisticata, es­senzialmente infantilizza il no­stro io etico fissando infallibili Arbitri morali e irredimibili Ten­tatori immorali al di sopra di noi; i genitori eterni, bene e male, lu­ce e ombra del regno ultraterre­no.

Come potremo, dunque, compiere scelte etiche senza un regolamento o un giudice divi­no? La nonfede è solo il primo passo della lunga deriva verso la morte cerebrale del relativismo culturale, in base al quale molte cose insopportabili - la circon­cisione femminile, per nomi­narne soltanto una – possono essere giustificate con la specifi­cità culturale, e può essere igno­rata anche l'universalità dei di­ritti umani? (Quest'ultimo ca­polavoro di disfacimento mora­le trova sostenitori in alcuni tra i regimi più autoritari del piane­ta, e anche, ed è inquietante, su­gli editoriali del Daily Telegraph).

No, non è il primo passo verso il relativismo culturale, ma le ra­gioni per sostenere questa tesi non sono così chiare e distinte. Solo l'ideologia radicale è chiara e distinta. La libertà, che è la pa­rola che uso per definire la posi­zione etico-laica, è inevitabil­mente più confusa. Sì, la libertà è quello spazio in cui può regna­re la contraddizione, è un dibat­tito infinito. Non è, in sé, la risposta all'interrogativo morale, è la conversazione su quell'in­terrogativo.

Ed è molto di più di semplice relativismo, perché non è sem­plicemente un chiacchiericcio senza fine, ma un luogo in cui si compiono le scelte e si defini­scono e difendono i valori. La li­bertà intellettuale, nella storia europea, ha significato princi­palmente libertà dai vincoli del­la Chiesa, non dai vincoli dello Stato. Questa è la battaglia che combatteva Voltaire, ed è anche quello che tutti i sei miliardi di noi potremmo fare per noi stes­si, la rivoluzione in cui ognuno di noi potrebbe giocare la sua pic­cola, seimiliardesima parte: po­tremmo, una volta per tutte, ri­fiutare di permettere ai preti e alle storie immaginarie in nome delle quali essi pretendono di parlare, di essere i poliziotti del­le nostre libertà e del nostro comportamento. Potremmo, una volta per tutte, rimettere le storie nei libri, rimettere i libri sugli scaffali e vedere il mondo semplice e sdogmatizzato.

Immagina che non ci sia nes­sun regno dei cieli, mio caro sei­miliardesimo, e improvvisa­mente il cielo cesserà di avere li­miti.

Salman Rushdie

venerdì 25 gennaio 2008

5) Io e le idiozie.


Sono fashion come uno scarafaggio rosa.

giovedì 24 gennaio 2008

4) anticlericale

La civiltà non raggiungerà la perfezione finché l'ultima pietra dell'ultima chiesa non sarà caduta sull'ultimo prete.

Emile Zola

domenica 20 gennaio 2008

3) aforismi


La verità è sempre nuda, basta questo per capire che razza di zoccola è.
Mai tornare indietro, neanche per prendere la rincorsa.
Amore è tutto ciò che si può ancora tradire.
Il segreto della giovinezza è quello di averci la mente porca.

2) dubbi artistici.

Lucio Fontana

Opera d'arte che scopre una quarta dimensione o semplice momento di nervosismo?

sabato 19 gennaio 2008

1) benvenuto con l'arte


"Art for art's sake " (O. Wilde)
Decisamente.